Pubblicato in: dom, dic 20th, 2015

Il Natale del Rettore/“La falsa omologazione non è segno di modernità”

Esclusivo/A colloquio con Vincenzo Zara, la più alta autorità dell’Università del Salento: Per l’affermazione dei valori più importanti di ogni essere umano è richiesto un impegno in prima persona. la generazione di una nuova umanità comincia da se stessi.  

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“Questo è un periodo della mia vita che mi sta insegnando tantissimo, e che sono certo mi porterà a maturare un’esperienza e una consapevolezza non possedute prima. Dopo vorrei fare tante altre cose: mi appassiona cambiare”.  

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“I principali risultati sono: una maggiore serenità nelle attività della comunità universitaria, la crescita del numero delle immatricolazioni, una maggiore apertura al territorio come coinvolgimento diretto dell’Università nelle esigenze della società”.  

Magnifico, lei è in carica da due anni: an­che se è anco­ra un po’ pre­sto per fare bilanci defini­tivi, qual è la Sua valu­tazione su questo primo biennio da Rettore?

In questo primo biennio sono anzitutto dovuto entrare nel “ruolo” di Rettore: il siste­ma universitario, sia a livello locale che nazionale, è molto complesso e quindi occuparsi della sua gestione, promuo­vendo linee di indirizzo politi­co-strategico, è tutt’altro che semplice. Il ritmo è serrato e tantissime scadenze si susse­guono giorno dopo giorno; in questo contesto sembra che quanto più velocemente si fanno le cose, e quante più se ne fanno, tanto più si è pro­duttivi e tanto meglio procede l’Università. Il mio sforzo è stato perciò quello di selezio­nare gli aspetti che richiedono la giusta e la dovuta attenzio­ne da quelli che, invece, sono ordinaria amministrazione e che, comunque, richiedono tempo e energia. Credo che i principali risultati di questo primo periodo siano una mag­giore serenità nelle attività della comunità universitaria, la crescita del numero del­le immatricolazioni ai corsi di studio dopo un pericoloso trend negativo, l’istituzione di nuovi corsi di studio (tra cui quelli a doppio titolo o a titolo multiplo con Atenei stranieri), una maggiore apertura verso il territorio non solo intesa come trasferimento tecnologi­co ma anche come coinvolgi­mento diretto dell’Università nelle esigenze e nei bisogni della società. È stata anche avviata una riflessione molto attenta sulle missioni fonda­mentali dell’Università sotto forma di conferenze di Ateneo sulla didattica, sulla ricerca e sulla terza missione. Abbia­mo infine avviato le opere di realizzazione di nuovi edifici e di manutenzione di quelli esistenti grazie alle ingenti ri­sorse del Piano per il Sud, ed è iniziata una seria opera di razionalizzazione delle nostre società partecipate.

Se dovesse scrivere il “decalogo del buon Ret­tore”, quali sarebbero le caratteristiche che il go­vernatore dell’Università dovrebbe avere?

Anzitutto la pazienza asso­ciata a un grande equilibrio, per poter reggere l’impatto delle tantissime problematiche che ogni giorno si presentano in maniera spesso bile. Poi capacità manageria­li classiche, nel senso di gui­da di sistemi complessi, ma associate a una buona dose di visione strategica che, nel mio caso, si traduce anche nel mantenere inalterata la voglia di “sognare in grande”, non arrendendomi di fronte alle difficoltà medio-grandi che inevitabilmente si presenta­no. Inoltre un buon Rettore, a mio parere, dovrebbe co­noscere bene il contesto nor­mativo in cui gli Atenei sono costretti al giorno d’oggi a muoversi, per evitare di pro­grammare cose sbagliate o con metodologie inadatte allo scopo. Questo significa ag­giornamento continuo e ne­cessità di partecipare spesso a riunioni in consessi nazio­nali per “fiutare” in antici­po le tendenze ministeriali o comunque “centrali”. Infine ottime capacità relazionali, perché mi rendo conto che in alcune situazioni contano più le relazioni che i contenuti e le visioni strategiche.

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Ci si rivede in queste ca­ratteristiche?

Abbastanza, anche se è difficile dosare tutte queste caratteristiche nel modo mi­gliore. Talvolta la pazienza salta e le capacità relazionali anche, soprattutto quando ci si scontra con un sistema in cui l’approssimazione, l’ina­deguatezza allo scopo di certe presunte professionalità, e so­prattutto gli aspetti di facciata più che quelli di sostanza, la fanno da padrone.

Da tempo promuove il rapporto tra Università e Territorio, quali sono i vantaggi e quali gli osta­coli nel sostenere questa sfida?

È questa forse la sfida più affascinante, in quanto ci si rapporta al Territorio in sen­so generale con tutte le sue sfaccettature e contraddizio­ni. Due mondi così diversi che provano a dialogare sono senz’altro un banco di prova per comprendere come l’Uni­versità stessa sia percepita dai cittadini e quanto e come biso­gna fare per fornire all’ester­no elementi utili per contribui­re alla crescita socio-culturale e socio-economica del Terri­torio stesso. In tutta onestà, devo dire che questo rapporto è difficile, anche perché biso­gna innanzitutto “compren­dersi”: non si stratta di par­lare lo stesso linguaggio in senso letterale, ma di decodifi­care tale linguaggio cercando di far comprendere esattamen­te cosa si intende in base alle proprie aspettative. Al di là di alcune difficoltà specifiche, devo dire che in genere ho tro­vato interlocutori interessati a un dialogo costruttivo. Sono certo che i frutti di questa in­terazione ci saranno.

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