Pubblicato in: gio, nov 19th, 2015

Giacinto Urso/Una vita da protagonista per il Salento e per il Paese

Molte le riforme che in questo periodo, a volte verrebbe da dire anche affrettatamente, si sta cercando di realizzare. Paghiamo lo scotto di de­cenni di sonno o è giunto il momento di cambiare in ogni caso a tutti costi?

Un lungo sonno non è mancato. Va, però, ricordato che il Parlamento italiano, a più riprese, ha varato nume­rose Commissioni interpar­lamentari per la stesura di doverose riforme e per tentare di anticipare i tempi dell’in­combente innovazione, lega­ta anche alle trasformazioni che il tempo porta con sè. Purtroppo, tali iniziative non sono giunte a concretezza, ostacolate da dissidi di vedute politiche e da sfacciate, unila­terali convenienze. Il governo Renzi si è buttato a capofitto in un riformismo a vasto rag­gio, troppo galoppante, non sempre riflettuto, enormemen­te enfatizzato e scarsamente suffragato da necessaria am­pia condivisione. Però, delle positività emergono ma anche delle frettolosità vistose e av­venturose. Un po’ di prudenza in più e un maggiore coinvol­gimento dei corpi intermedi e delle forze politiche, anche di opposizione, sarebbero state utili e salutari.

Intanto, la parola riforma sembra essere la cifra di questo momento storico. Anche la Chiesa parla di riforme per voce di Papa Francesco.

Il riformismo ha sempre at­traversato la sequela dei seco­li, portando con sé fortuna ma anche scompiglio. Il problema dei problemi è racchiuso nel come si riforma. Cioè il discer­nere quanto contiene avven­tura e quanto, invece profuma di presagio per compiere passi di avanzamento che sappiano scansare il permanente rischio di qualsiasi baratro, magari non voluto. Ben venga, allora, lo spirito riformatore. Beata la Chiesa che è presidiata dal Padre, dal Figlio e dallo Spirito Santo e da Papa Francesco. Un Pontefice ardito che viene da lontano per essere a noi vicino e per insegnarci la realtà di un mondo in frenetico cambiamen­to, che va capito e interpretato non per seguirlo ad occhi chiu­si, ma per incamerarlo nell’am­bito della fedeltà dei sacri, anti­chi principi inalienabili. Con in cuore l’ardente remora di una saggia gradualità che, pratica­ta, sa scavare immensi effluvi di capacitazione, di possibile co­mune sentire e di intima gioia.

L’Italia è stato un Paese alla base autenticamen­te cattolico; oggi le molte istanze difficilmente in­quadrabili in una struttura così orientata (divorzio, aborto, coppie di fatto, adozioni per coppie omo­sessuali) sembrano esse­re accolte, almeno in parte, anche dalla base cattolica. Il rapporto tra cattolicesi­mo e politica sociale ita­liana quale può essere al momento?

In proposito voglio solo dire – i temi richiamati sono scottan­ti e per me troppo ardui – che vanno raccolte le sfide da lei elencate e su queste da cattolici va sparsa misericordia, e, quando possibile, il perdòno con l’impegno di non subirli in quanto tali ma di affrontarli, amorevolmente, con l’ansia di illuminare le menti che non si tratta, come si ciancia, di con­quiste di civiltà ma di atteggia­menti di singole persone, che vanno comprese non certo imi­tate, in vista di un mondo mi­gliore da non consegnare alle singole voluttà, che – tra l’altro – avrebbero bisogno di non af­fidarsi all’appariscenza rumo­rosa delle loro scelte. Nessuna guerra, né armistizi ma ferma chiarezza dei propri convinci­menti che non sempre possono essere mescolati o accettati.

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L’Italia, a detta di molti, non sembra essere un Pa­ese per giovani. Lei cosa ne pensa? Un Patto tra generazioni potrebbe far superare questo momento difficile? Se sì, che tipo di patto bisognerebbe “sot­toscrivere”?

Potrei aggiungere, forse sospinto dai miei oltre 90 anni di età, che l’Italia non è un Pa­ese nemmeno per vecchi. Lo scollamento generazionale in atto è un’amara realtà, densa d’incognite. È davvero insano aggiungere alle tante difficoltà in atto anche una specie di sor­da conflittualità di ordine ge­nerazionale. I giovani devono comprendere che il futuro, che è loro, va costruito con priori­tà da loro stessi come avvenne nell’ultimo dopoguerra, quan­do furono aiutati dagli anziani, invocati per l’esperienza pos­seduta che si saldò all’audacia giovanile. Nell’oggi, invece, si reclama, a squarciagola, una ingiusta, sgarbata rottamazio­ne dei vecchi, che di fatto pro­duce soltanto incomprensioni e difficoltà di stipulare patti di necessaria coesione. La bella armonia pretende fusione di suoni, sia teneri che robusti.

Della sua vita politica cosa ricorda con maggiore pia­cere, come un successo e cosa ricorda con maggiore amarezza.

Quello di aver fermamente creduto, con operoso piacere, che la politica è missione oltre che un assoluto impegno verso l’uomo e verso Dio, accoglien­do appieno il richiamo del pro­feta Geremia: “Guai ai pastori di Israele che pascolano se stessi”. Perciò, per me la politi­ca che vale è quella rivolta alle persone e non quella rivolta alla persona, immedesimata nel proprio avere. Non per nulla Paolo VI l’ha definita “la for­ma più esigente, più crocefis­sa, più organica dell’esercizio della carità”. Così, il Servo di Dio, Vescovo don Tonino Bello, nostro comprovinciale – illumi­nato di uno splendido passag­gio dell’enciclica “Gaudium et Spes” – l’ha elevata ad “arte nobile, difficile, perfino misti­ca”. A queste altezze, nei miei 65 anni di impegno politico-amministrativo non sono stato capace di giungere. Ho tentato di avvicinarmi ma penetrante resta la mia amarezza nel con­statare che potevo fare di più e di meglio rispetto al compiuto. Molto devo al sostegno silen­zioso della mia amata Rosaria, immenso dono, volato al Cielo e tutt’ora angelo custode.

Che ne pensa dell’attuale diaspora dei cattolici in politica?

Da sparpagliati, rischia­no, se non si svegliano, l’insi­gnificanza, anche se non sono assenti. Peccato che spesso scordino di essere stati, da pro­tagonisti, dopo la quasi morte della Patria, anni 1940 del se­colo scorso alfieri di libertà, di ricostruzione morale e sociale, fieri comprimari nella stesura della Costituzione della Repub­blica. In più, non si accorgono che il mondo d’oggi è insipido, soprattutto in politica, perché i cristiani producono poco sale evangelico a beneficio della vita pubblica. Questo angustia e pretende riparo per amplia­re e rifinire l’autentico bene comune, oggi scarsamente ve­nerato. Non è lecito, al buon cristiano licenziare in sé la passione civile.

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