Pubblicato in: gio, dic 10th, 2015

Gen. Bellini/“Siamo in pace o in guerra? Dal Papa un’opera concreta di pacificazione”

Esclusivo/A colloquio con l’ex Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, ritornato nel “suo” Salento: In materia di sicurezza l’Italia svolge un ruolo da protagonista mantenendo gli standard di qualità fin qui dimostrati. 

“Quella attuale non è una guerra di tipo tradizionale perché ne mancherebbero i presupposti. Si tratta invece di una situazione strategica nuova ancora da interpretare compiutamente”.  

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“L’Isis risulta essere il primo e unico esempio dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale di uno Stato che tenta di allargarsi con la forza delle armi. Opera con strutture e procedure modernissime e si avvale di tutte le tecnologie disponibili”. 

“La Chiesa con la sua esperienza millenaria saprà certamente individuare i modi per dare un contributo importante alla pacificazione degli animi ricercando il giusto dialogo con la parte più illuminata del mondo islamico”. 

“Per fare opera concreta di paci­ficazione il Papa non ha esitato ad esporsi anche a rischi terribili per la sua inco­lumità personali dimostrando la sua ferma convinzione che in fondo gli uomini possono e devono ricercare linee di con­vivenza e di collaborazione che rappresentino progresso per tutti. La Chiesa sta già svolgendo al meglio il ruolo che le è proprio in una forma di grande equilibrio impor­tantissima in questa fase in cui molti dei protagonisti sul­la scena mondiale operando istintivamente senza conside­rare le giuste rivendicazioni e aspirazioni degli altri”.

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Così il Gen. Guido Bellini, già Co­mandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, dal suo “buen retiro” salentino conclude l’intervista esclusiva concessa al nostro settimanale a pochi giorni dal Natale e in un momento di grandi tensioni inter­nazionali. Promuove le scelte di Papa Francesco e della Santa Sede ma anche il ruolo che sta giocando il nostro Pa­ese rispetto ai gravi episodi di terrorismo causati da alcune frange estreme del fondamen­talismo islamico.

Signor Generale, dopo una lunga permanenza a Roma, ha scelto il buen retiro di Squinzano. Crediamo tutta­via che anche da qui conti­nuerà a seguire con attenzione l’evolversi della situa­zione internazionale, specie per gli aspetti, riferibili alla sicurezza e qui sta il punto. Vorremmo sapere da lei se noi italiani ed europei pos­siamo e dobbiamo conside­rarci in pace o in guerra, op­pure in una condizione non ben definita?

La domanda, pur nella sua schematicità, contiene tutte le problematiche sulla sicurezza oggi sul tappeto che impegna­no in maniera rilevante tutte le organizzazioni nazionali, multinazionali (nato, etc.) e l’Organizzazione delle Na­zioni Unite Onu. In proposito ritengo necessario prendere le mosse un po’ da lontano: dal momento in cui matura­rono le condizioni che hanno portato poi, gradualmente alla situazione odierna. Mi riferisco agli inizi degli anni ’90 quando tutti noi, in diretta televisiva, abbiamo assistito ala materiale smantellamento del muro di Berlino e quindi di tutta la “cortina di ferro”. All’epoca io ero a Firenze dove comandavo la Brigata Friuli e ricordo che tutte le sere circolavano per le vie del centro cortei di vario tipo che, nell’esprimere ovviamente la gioia per il fatto in sé, che segnava il superamento della contrapposizione Est-Ovest, volevano anche sottolineare che era scoppiata la pace.

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Che cosa è successo dopo la caduta del muro?

I venticinque anni suc­cessivi ci hanno purtroppo dimostrato che il crollo della “cortina di ferro” e quindi lo smantellamento del Patto di Varsavia avevano solo segna­to la fine di un’epoca che ave­va visto l’Europa e il mondo cristallizzati in una sorta di “equilibrio del terrore” dovu­to all’immanenza di poderosi arsenali nucleari. Era iniziata la nuova Era dove ben presto abbiamo verificato che non si poteva certo parlare di pace, un ‘epoca in cui sullo scac­chiere strategico mondiale le varie pedine (le nazioni e i gruppi di nazioni) si sono sen­tite liberate da ogni vincolo. Alcune di esse infatti hanno iniziato a creare dapprima confusione e successivamen­te veri e propri conflitti lo­cali che in realtà si sono poi rivelati pericolosi focolai di conflitti di dimensioni anche più ampie. Fare degli esempi a riguardo mi pare superfluo. Insomma la contrapposizione Nato-Patto di Varsavia che si sviluppava secondo una “li­nea di forza” Est-Ovest che di fatto controllava rigidamente all’interno delle logiche di potere sue proprie anche le contrapposizioni locali, aveva lasciato il posto ad una situa­zione strategica più complessa e per certi versi più difficile da gestire. Da essa sono certa­mente derivate alcune proble­matiche importanti tra cui fa­natismi religiosi con il corolla­rio del terrorismo, nonché l’e­migrazione di massa che han­no fatto sentire pesantemente i suoi effetti destabilizzanti anche sul nostro Paese spe­cie sulle regioni meridionali. Questi due fenomeni mesco­lati intimamente esprimono, sotto il profilo strategico, una sorta di conflittualità di tipo socio-economico prima che di tipo militare, secondo una linea di forza Sud-Nord dove le masse di diseredati del sud del mondo vengono a reclama­re la loro fetta di benessere, in presenza di un divario non più accettabile specie in epoca di accentuata globalizzazione in ogni settore per ogni attività.

In questo scenario come va­lutare il massiccio fenomeno migratorio?

Per quanto riguarda spe­cificamente le emigrazioni di massa occorre considerare che la spinta a muoversi è data dalla forza dei bisogni più ele­mentari. Quando finirà tutto questo? Quando questa forza potrà esaurirsi? Nessuno può dirlo con certezza. Qualche studioso ha prefigurato uno scenario più appagato intor­no alla metà del secolo 2050 ma nessuno è in grado di dire quale sarà il punto di arrivo, ossia quale equilibrio verrà a determinarsi per il futuro as­setto strategico del mondo. Al­lora veniamo al punto: siamo in pace o in guerra? Dopo 50 anni di pace in presenza di una “guerra fredda” a cui erava­mo oramai assuefatti siamo piombati in una situazione di estesa conflittualità che piano piano ha finito col coinvolgere anche il nostro Paese: le co­siddette operazioni di paceke­ping hanno comportato perdi­te di vite umane (un centinaio di morti e diverse centinaia di feriti). Questa non può esser certo definita una pace vera e propria, ma non è neanche una guerra di tipo tradiziona­le perché ne mancherebbero i presupposti. Si tratta invece di una situazione strategica nuova ancora da interpretare compiutamente. Una situazio­ne dove emergono ogni tanto nuovi protagonisti, in genere negativi, che mettono a dura prova le aspirazioni ad una vita serena ed operosa di tutti noi, il più recente protagonista è anche il più pericoloso sem­bra essere Isis.

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