Pubblicato in: ven, nov 27th, 2015

FIRENZE CHIAMA LECCE/NUOVO UMANESIMO PER LA NOSTRA TERRA

All’indomani del Convegno Ecclesiale Nazionale, svoltosi nei giorni scorsi, ogni chiesa locale ha il compito di tradurre in pastorale attiva le risultanze dell’Assemblea.

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Le Novità di Papa Francesco/Tanta voglia di un futuro dove tutti insieme, preti e laici, collaborino sulle tante questioni aperte: fede e vita, uomo e donna, tecnica, lavoro e profitto. Assieme senza paura. 

NUOVA PENTECOSTE PER I CATTOLICI ITALIANI

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Possiamo definire così la presenza di Papa Francesco nella città di Firenze in occa­sione del Convegno Ecclesiale intitolato “In Gesù Cristo il Nuovo Umanesimo”. Le cinque vie che accom­pagnano questo Convegno (uscire, annunziare, abitare, educare, trasfigurare) si sono arricchite di una nuova modali­tà: la sinodalità. Questo possia­mo definirlo un nuovo modello pastorale già sperimentato nel recente Sinodo sulla Fami­glia, che tiene insieme tutta la Chiesa: vescovi; sacerdoti; reli­giosi; laici impegnati e popolo di Dio. È questa la vera novità che il successore di Pietro, Papa Francesco, ha fatto con la Chiesa italiana convenuta a Firenze (2200 delegati) nel tradizionale appuntamento di metà decennio scandito dal tema “Educare alla Vita Buona del Vangelo”. Con questa modalità sinodale le differen­ze non vengono cancellate ma superate per un bene più grande; senza la mortificazione che nessuno si senta escluso. La mattina del 10 novembre il Papa nella Cattedrale di S. Ma­ria in Fiore ha esordito dicendo che meglio avere una Chiesa ammaccata, accidentata più che malata e chiusa in se stes­sa. I riferimenti principali per il futuro della pastorale devono trovarsi dentro le due grandi encicliche Evangelii Gaudium e Laudato Si’, sponde entro le quali vivere, progettare, spe­rimentare le nuove esigenze pastorali. Inoltre il Santo Padre ci invita a superare le tentazio­ni del pelagianesimo e dello gnosticismo vincendo anche le preoccupazioni di essere solo autoreferenziali. Siamo invi­tati ad aprirci al soffio dello Spirito in modo nuovo. Questo “metodo di Firenze” è stato sperimentato nei vari tavoli dei lavori di gruppo (formati prima da 10 persone per tavo­lo, poi da 100 e poi da 400 per singola via) il tutto sintetizzato in una relazione dove venivano presenti le istanze dei vari de­legati. Questo ha fatto vedere le varie diversità, le moltepli­cità ma anche le sue bellezze nelle varie tematiche con un desiderio esplicito di voler co­struire qualcosa d’importante, tenendo alla base il desiderio di includere e non di escludere. Modalità profetica di un pon­tefice che ha preceduto i lavori dell’assise fiorentina, tale real­tà ha fatto sì che tutti i delegati potessero discutere ciò che il successore di Pietro ha sug­gerito alla Chiesa italiana, lui garante dell’unità e dell’orto­dossia della Chiesa, prima con il suo appassionato discorso in Cattedrale e poi nell’omelia allo Stadio “Artemio Franchi” dinanzi ad oltre 50mila pre­senti. Con queste due modalità ha voluto delineare un nuovo orizzonte pastorale. È emerso il concetto di popolo che lega e sostiene il suo Pastore e di una Chiesa attenta alle ferite e alle sofferenze della sua gente; che non volge il suo sguardo altro­ve ma indugia e si ferma sulle persone.

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Due discorsi interval­lati da due gesti inequivocabili: il primo alle ore 8 nella città di Prato ricordando le molteplici situazioni di lavoro che hanno sempre bisogno di essere garantito e sganciato da ogni illegalità, il secondo l’occasio­ne del pranzo ad una mensa dei poveri (60 persone con piatti e posate di plastica). Tutto que­sto a sottolineare che i parame­tri sono sempre quelli, dove il popolo (lavoratori, poveri) è sempre al centro delle preoccu­pazioni della Chiesa. La solle­citudine del Santo Padre è stata quella di far innamorare la gente (delegati e non) alla vita ordinaria delle persone fatta di vissuto lavorativo, familiare, affettivo. Una forte passione umana che prende spunto dalla lettura degli affreschi sulla cupola di S. Maria in Fiore (il Giudizio di Dio e l’Ecce Homo). Il commento dell’uo­mo-Gesù incarnato è il futuro della Chiesa. Occorre superare quell’espressione che il “Verbo si è fatto carta” (Lorizio) per tornare a quel “Verbo che si è fatto carne” per sperimentarlo nei passaggi della vita. Nel ca­poluogo toscano abbiamo visto una Chiesa che ha voglia di futuro che vuole con l’aiuto di tutti e, in particolare dei laici, dire la propria sulle tante realtà aperte, fede-vita, uomo-donna, tecnica-lavoro… senza assiste­re in maniera statica all’aiuto e al sostegno di persone che non conosciamo. Abbiamo bisogno di tutti, in particolare di chi si mette in gioco senza paura, superando schemi anche col­laudati che aprono su scenari nuovi e internazionali. Ci viene chiesto non di cancellare ciò che facciamo ma un cambio di passo più deciso di andare oltre l’analisi dei problemi, le letture delle esigenze, di essere più incisivi nella vita e di toc­care la carne reale della gente, del popolo di Dio, praticante e non praticante. Dove il ruolo dei poveri (in ogni senso) è principale, protagonista e non semplice accessorio. Proprio a partire dalle periferie esisten­ziali si può costruire qualcosa di stabile e significativo, ciò che appare disomogeneo e staccato, proprio questo costi­tuisce il mosaico che compone il nuovo volto di Cristo oggi. Ciò fa capire che le strutture, pur importanti, da sole oggi non bastano, non convertono, non includono, hanno bisogno di essere abitate e soprattutto vissute dalle persone con tutto se stessi. In questo orizzonte nuovo, senza steccati, ognuno compie la sua parte, occorre coraggio ma anche tanta fanta­sia pastorale per affrontare le problematiche della gente, glo­balizzazione, intercultura, real­tà interreligiose e, non ultimo, il fenomeno terrorismo, quello di fanatici fondamentalisti. Insieme è possibile con la forza della Parola, della preghiera, possiamo scrivere pagine nuo­ve. Occorre guardare oltre le nostre preoccupazioni parroc­chiali, oltre i nostri movimenti, le nostre associazioni, allargare gli orizzonti non per una esa­gerata concezione di se stessi ma per dire che siamo parte di un mondo molto più comples­so. Seguire nuovi percorsi per rinverdire concezioni un po’ sbiadite di una fede a volte sterile e circoscritta ad una dimensione intellettuale. Fidu­cia, gioia e tanta creatività non per meravigliare la gente ma per sperimentare la ricchezza di un Gesù Cristo che diventa Misericordia per noi e con noi. Con tali premesse possiamo se­minare quei germogli che a suo tempo porteranno quel frutto buono che delinea il campo del Nuovo Umanesimo. 

Nicola Macculi

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