Pubblicato in: ven, dic 11th, 2015

Dare del ‘tu’ o dare del ‘lei’? Rispetto e cordialità nelle intenzioni

Oltre il Dizionario delle buone maniere

“Ciao Signora, come stai’”. Questo uso mixato di Lei e tu è tipico del dialetto salentino e, con una in­terpretazione sicuramente bonaria, è cifra della nostra propensione ad essere sempre molto diretti, accoglienti e, forse, talvolta troppo confidenziali. Viene accettato di buon grado pressocchè da tutti e utilizzato da tutti in situazioni tenden­zialmente informali. Altro è la rilevazione di un uso “improprio” di tu e lei in italia­no. Partiamo dalla definizione. Si tratta di pronomi allocutivi, che si distinguono in due tipologie: confidenziali, da usare in contesti più informali, con interlocutori con i quali si ha un certo grado di confidenza, di corte­sia (o di rispetto o reverenziali), da usare in contesti più formali. Il “tu”, dunque, nelle amicizie, in famiglia, al lavoro, con colleghi che si frequentano abitualmente. Il “lei” in ambito di lavoro e istituzionale fra perso­ne che non si conoscono o hanno rapporti gerarchici. C’è comunque da rilevare che negli ultimi decenni l’allocutivo confiden­ziale, il “tu”, ha sempre più ampliato la sua sfera d’uso, addirittura estendosi a situazioni prima neanche immaginabili: nel rapporto tra insegnanti e studenti in certi settori della scuola (sicuramente da insegnante ad alunno e, nel rapporto inverso, non sono infrequenti espressioni del tipo “prof che hai fatto ieri?”) e persino nell’esercito. Dal 1975 una circola­re elimina proprio nell’esercito l’uso del “lei” da inferiore a superiore e del “tu” da supe­riore a inferiore. Esisterebbe l’alternativa del “voi” al “lei” come allocutivo di rispetto ma è quasi del tutto scomparso e sopravvive in alcuni italiani regionali meridionali. A voler andare indietro nel tempo troviamo che fino al Trecento il sistema degli allocutivi era co­stituito solo dal “tu” e dal “voi” come forma di rispetto. Il “lei” compare solo nel Quattro­cento e si diffonde tra Cinquecento e Seicento probabilmente per l’influsso dello spagnolo “usted”.

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L’Italia in quel periodo era appunto sotto dominazione iberica. Avvertito come frutto di influsso straniero il “lei” nel Sette­cento e Ottocento viene osteggiato sino alla ufficiale proibizione di questa allocuzione a firma del regime fascista nel 1938. In questo tempo era solo il “voi” l’espressione da utiliz­zarsi. Tale arbitraria imposizione sancirà l’abbandono del “voi” nel secondo dopoguer­ra. La lingua è figlia del tempo in cui la si parla e in questa società italiana è indubbio che la spinta alla interazione comunicativa, da alcuni decenni a questa parte, va nella direzione della informalità. Innegabile però l’abbassamento generalizzato del registro e la perdita progressiva di attribuzione di signifi­cato di rispetto nei confronti dell’interlocuto­re, chiunque esso sia, senza che se ne consi­deri il rango anagrafico o sociale in assoluto. La verifica di tale asserzione è presto fatta: basta seguire qualunque dibattito televisivo o un breve frame (di più davvero non si può!) di qualche reality. Così come è facile rile­vare l’abbassamento del livello della lingua usata in politica. Il politico ha semplificato il suo discorso, adeguandolo alle orecchie del man in the street e lo ha fatto a costo di spogliarsi di ogni autorevolezza. Il discorso è elementare nella sintassi, nel lessico e nelle metafore e similitudini; si parla in situazioni formali attingendo alla modalità quotidiana, con l’intento di spingere al massimo il pedale retorico dell’identificazione col destinatario-elettore. Fino ad arrivare al dilagare del turpiloquio in cui si va ben oltre che il non formale e confidenziale tu. Se gli onorevoli si danno del tu, prendendosi a parolacce, figu­riamoci la gente comune. La piazza mediatica come quella asfaltata fa, a tutti, accorciare liberamente le distanze, quel tanto che basta per darci del tu e, alla bisogna, ricoprirci vicendevolmente di insulti. Due considera­zioni finali di nostri vicini europei: francesi e inglesi. Nelle scuole francesi gli alunni si rivolgono ai maestri con madame e monsieur: ciò non frappone un’antipatica distanza, ma pone le basi di un atteggiamento di “rispetto e cordialità” verso i docenti. Nella democrati­cissima Inghilterra alla Regina, nel discorso, si dà del “tu”, salvo a usare il formale Her Majestic, ma questa è altra storia! Se il gioco fosse “dov’è la differenza?” risponderemmo: nella intenzione. Il rispetto lo si può esprime­re con l’intenzione. Ecco perché accettiamo anche il “Ciao Signora!” tanto salentino.

Loredana Di Cuonzo

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